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12 December 2018
admin
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PIERFRANCESCO PISANI e TEATRO FORSENNATO
in collaborazione con Infinito srl

ESERCIZI di RIANIMAZIONE

di e con Andrea Cosentino e Francesco Picciotti

collaborazione artistica Andrea Virgilio Franceschi
disegno luci Dario Aggioli
maschere e marionette: Andrea Cosentino, Antonia D’Amore, Francesco Picciotti
assistenza Annalisa Salis

 

 

 

Sempre più il mio lavoro si svolge per format e progetti di ricerca, piuttosto che per spettacoli. Il titolo Esercizi di rianimazione non si riferisce dunque a un lavoro compiuto o da compiere, ma a una linea di sperimentazione, che volta a volta si sostanzia in atti performativi diversi, pensati per agire in differenti contesti, ognuno con la sua specificità (strade, piazze, festival, teatri, sale di vario genere). La rianimazione si riferisce primariamente alla necessità di reinventare le forme dello spettacolo assieme ai suoi contesti di produzione e fruizione, anche passando per la torsione o la messa a morte delle forme  standardizzate. Esercizi di rianimazione sarebbe dunque una sorta di logo contenitore di esperimenti (para)teatrali che però non mirano in maniera privilegiata al circuito della sperimentazione, ma al successo degli esperimenti stessi, e dunque all’uscita dal ghetto dorato ma sempre meno splendente dei festival di ricerca, e ad una effettiva e “popolare” efficacia spettacolare, se non comunicativa.

Vorrei che ciascuno di questi esercizi diventasse a modo suo un bijoux di artigianato teatrale. La semplice solidità delle strutture spettacolari utilizzate, così come dei paradossi estetico-concettuali esibiti, assieme al ruolo marginale della parola può, a mio avviso, consentire una “confezione” e una potenziale circuitazione di livello europeo.

Dopo avere negli ultimi anni approfondito e, credo, portato alle estreme conseguenze – da L’asino albino fino a Primi passi sulla luna – una ricerca sulla destrutturazione della drammaturgia, attraverso il gioco del raccontare gli spettacoli (sottolineo gli spettacoli, e non le storie), negli ultimissimi tempi il mio interesse torna a spostarsi sull’attore, e la mia nuova ricerca, con una certa qual forma di coerenza con la precedente, punta all’analisi e la destrutturazione della recitazione, prefigurando una sorta di presenza scenica scomposta.

Poiché in arte anche la più radicale innovazione non può che avvalersi della consapevolezza del passato, i territori espressivi che fanno da sponda a questa ricerca sono essenzialmente due: il clown e il teatro di figura. Che sono poi argomenti che mi riportano ai miei anni di formazione.

Del clown mi interessa soprattutto il suo essere fuori posto, debordante e contemporaneamente inadeguato, comunque o-sceno nel senso di mai completamente integrabile in un evento scenico codificato, finanche e con solo apparente paradosso nel codice stesso della clownerie. Maschere e marionette invece mi interessano innanzitutto in quanto catalizzatori aperti, oggetti-teatro che consentono e invitano a coniugare la precisione e la fascinazione teatrale con il gioco dell’improvvisazione. Un teatro di figura dunque non come è consuetudine tutta italiana da relegarsi all’immaginario infantile, ma finalizzato alla reinvenzione di grammatiche teatrali sghembe, poetiche e divertenti. In particolare, in una logica di analisi e destrutturazione della presenza scenica, la dilatazione e divaricazione dello spazio tra maschera e volto, ovvero tra marionetta e suo manovratore, consentono di problematizzare e giocare con la molecolarità della presenza scenica, proprio nella direzione del gesto scomposto.

Il tema comune di questi esercizi è quello di una riflessione comica eppure serissima su stato e statuto dell’arte. Poiché tale riflessione non può non implicare una messa in discussione contestuale del ruolo e la posizione di chi dell’arte fruisce, il tono delle azioni teatrali è decisamente performativo.

Gli strumenti sono oggetti d’uso comune, stoffe e parrucche, ma anche giocattoli e cineserie, così come i vertici dell’artigianato teatrale, ovvero maschere, marionette e burattini. Gli uni accanto agli altri, senza gerarchie, per sperimentare nuovi linguaggi, sfuggendo alla pretenziosità degli stili e delle tecniche. Giocare con l’ausilio di cose, per non restare ostaggi dell’io, dei personaggi, delle psicologie, del corpo. Ma anche per essere liberi di manifestare il proprio io e reinventarsi miriadi di corpi. Prima della dicotomia maschera/volto, verità/finzione. Stare nella realtà della finzione, per non farsi bloccare dalla finzione della realtà.

admin

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